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Okinawa: il cerchio, il mare, il gesto

Valentina, partiamo dal nome: perché Okinawa?

Okinawa è una parola che per molti richiama immediatamente il mare, il vento, le isole meridionali del Giappone. Ma per noi de La Corallina rappresenta soprattutto un senso di equilibrio.

C’è qualcosa nella cultura visiva giapponese — soprattutto quella legata alle isole e all’artigianato — che riesce a essere insieme minimale e straordinariamente ricca. Apparentemente semplice, ma piena di stratificazioni.

Con questa collezione volevamo evocare proprio questo: una leggerezza che non fosse superficiale. I colori dell’acqua, i blu ossidati, le geometrie imperfette, le texture che sembrano nate dalla ceramica o dalla carta stampata a mano.

Guardando questi sottopiatti si ha quasi l’impressione di osservare frammenti di porcellana o stampe d’artista.

Sì, perché la cultura grafica giapponese ha sempre avuto un rapporto molto particolare con le superfici.

In Occidente decorare significa spesso aggiungere qualcosa; nella tradizione giapponese, invece, il segno entra in dialogo con il vuoto. È una composizione più ariosa.

Penso alle stampe ukiyo-e, ma anche ai tessuti, alla calligrafia, ai ventagli, alle ceramiche raku: tutto nasce da un equilibrio tra ritmo e silenzio.

Anche la forma circolare del sottopiatto diventa importante. Non è soltanto una forma pratica. È quasi una piccola scena. Un microcosmo.

In effetti il formato circolare sembra valorizzare molto questo tipo di linguaggio grafico.

Assolutamente. Il cerchio ti obbliga a pensare in modo diverso.

Non puoi costruire una composizione nello stesso modo in cui la costruiresti su una superficie rettangolare. Devi immaginare un movimento più fluido, più organico.

E credo che la sensibilità giapponese funzioni particolarmente bene sui sottopiatti perché nasce da una cultura estetica profondamente legata al gesto della tavola. Non alla tavola come esibizione, ma come rito quotidiano.

In Giappone persino il modo in cui un oggetto viene appoggiato, servito o orientato possiede una dimensione meditativa.

Oggi però le case occidentali sembrano sempre più minimaliste, a volte persino impersonali. Come si inserisce una collezione così decorata in un interno contemporaneo?

Secondo me proprio perché le case stanno diventando più neutre nasce il bisogno di oggetti con identità. Non parlo di oggetti vistosi o urlati, ma di oggetti capaci di creare atmosfera.

Questi sottopiatti funzionano magnificamente sia in ambienti moderni sia in contesti più classici perché introducono dentro casa un elemento narrativo. Non sono semplici accessori da tavola: portano con sé un immaginario.

E il Giappone contemporaneo ci ha insegnato qualcosa di importante: eleganza e quotidianità non devono essere separate.

C’è anche una qualità molto materica in questa collezione, pur essendo stampata.

Sì, perché volevamo evitare un effetto troppo digitale o troppo perfetto. Ci interessano superfici che sembrino vissute, attraversate dal tempo, tattili.

In fondo molta estetica giapponese ruota attorno all’idea che la bellezza non risieda nella perfezione assoluta, ma nella traccia, nella variazione, nell’impermanenza.

Forse è proprio questo che rende queste fantasie così serene da osservare. Non cercano di imporsi.

Se dovessi definire questa collezione con tre parole?

“Silenzio. Mare. Equilibrio.”

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