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Intervista a Gioia, fondatrice de La Corallina su Ikat e la sua storia

Tra ricerca culturale, tradizione tessile e oggetti che trasformano la luce.

 

Gioia, oggi la tua presenza in La Corallina per quanto riguardava la gestione della produzione è meno assidua rispetto al passato, e il tuo lavoro sembra essersi spostato verso una ricerca più culturale. In che direzione stai andando?

È vero, dopo tanti anni di lavoro operativo mi concedo più tempo per me e per i miei studi, grazie anche alle mie figlie e al compagno di mia figlia che lavorano sugli aspetti più gestionali dell'azienda. Ma non mi sono fermata, direi piuttosto che il mio lavoro si è solo spostato. Mi interessa sempre di più la dimensione della ricerca: studiare forme, motivi, strutture visive, capire come si costruiscono e come agiscono nello spazio. Il design, per me, non è mai stato soltanto produzione, ma un modo di interrogare il visibile e perchè no anche l'invisibile. Oggi questo aspetto è diventato centrale.

Partiamo allora da una domanda fondamentale: cos’è l’ikat, e da dove viene?

L’ikat è una tecnica antichissima, e già questo la rende affascinante. Il termine deriva dal malese mengikat, che significa “legare”: i fili vengono infatti legati e tinti prima della tessitura. Questo implica che il disegno non sia qualcosa che si applica dopo, ma qualcosa che nasce dentro la struttura stessa del tessuto.

È una tecnica diffusa in molte aree del mondo, dall’Asia centrale, in particolare l’Uzbekistan, all’Indonesia, fino all’India,  e ogni tradizione ha sviluppato un proprio linguaggio. Ma ciò che accomuna tutte queste varianti è la presenza di uno scarto inevitabile tra intenzione e risultato: i contorni non sono mai perfettamente definiti, la forma vibra, si muove.

Quindi questa “imprecisione” è parte essenziale del suo fascino?

Sì, ma non la chiamerei imprecisione. È una forma di apertura. Nell’ikat la figura non è mai completamente separata dal fondo, emerge e insieme si dissolve. Questo rende l’immagine instabile, e quindi viva. È una qualità che ritrovo anche in certe ricerche artistiche moderne, penso a Paul Klee,  dove la forma non è mai definitiva, ma sempre in divenire.

Nel paralume Ikat de La Corallina si percepisce un motivo centrale direi totemico, ma non del tutto leggibile. È intenzionale?

Sì, perché non cerco mai un simbolo chiuso. Mi interessa che l’immagine resti in una zona intermedia, che non si lasci esaurire da un’interpretazione immediata. Nell’ikat c’è sempre questa qualità di apparizione: qualcosa che affiora dal tessuto più che imporsi su di esso.

Alcuni osservatori parlano di una sensibilità “orientale” in questi motivi.

Può darsi, ma non in senso geografico. Piuttosto in una modalità percettiva: la forma non domina lo spazio, non si impone in modo netto, ma si lascia attraversare. È questa oscillazione tra presenza e dissoluzione che può evocare quell’immaginario.

E il paralume, in questo percorso, che ruolo assume?

Il paralume è un oggetto particolare, perché lavora con la luce. Non si limita a illuminare, ma trasforma. Quando la luce attraversa il tessuto, il colore cambia natura, diventa esperienza. Il rosso, il verde, l’ocra non sono più semplici superfici, ma campi percettivi.

In questo senso, il paralume è una soglia: un punto in cui il vedere smette di essere passivo e diventa interpretazione.

In questa prospettiva, il lavoro de La Corallina non è soltanto una produzione di oggetti, ma una pratica di pensiero visivo, in cui una tecnica antica come l’ikat continua a generare forme che, proprio perché instabili, restano aperte allo sguardo.

Paralume tronco di cono Tessuto Ikat Rosso

Paralume tronco di cono Tessuto Ikat Rosso e Verde

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